Dopo l’incredibile successo commerciale di Born in The U.S.A., tutti si attendono dal Boss un altro disco in grado di scalare le classifiche e far ballare gli stadi di tutto il mondo. Springsteen si rinchiude invece nel suo studio casalingo e ne esce con una manciata di canzoni prevalentemente suonate da lui solo, di stampo conseguentemente intimistico, e tutte, proprio tutte, dedicate ad esplorare il rapporto uomo-donna. Springsteen imborghesito dal successo che canta l’amore? Proprio l’esatto contrario, i testi raggelanti fanno presagire l’imminente naufragare del matrimonio del cantante, che vorrebbe coerentemente portare il disco in tournée in piccoli spazi, più “intimi” delle grosse arene sportive e degli stadi. La celebrità raggiunta non glielo permetterà, ma Tunnel of love resta un disco bellissimo, invecchiato benissimo, che con Nebraska (1982), The ghost of Tom Joad (1995) e il progetto con la Seeger Sessions Band (2006/2007) evidenzia la statura del personaggio forse più di tanti capolavori più celebrati e citati.