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29.05.2014 00:35

Forse solo Battisti e Dalla, fra i cantautori italiani storici, hanno avuto lo stesso spessore musicale di Franco Battiato, nonché la stessa capacità di rivoluzionare la canzone italiana senza sacrificare il successo di massa. Nessuno ne eguaglia però il percorso artistico, capace di toccare il rock progressivo e l’avanguardia, la musica classica e quella elettronica, il rock e le musiche del mondo, conservando al contempo una cifra stilistica del tutto personale ed originale. “L’era del cinghiale bianco” inaugura  a fine anni ’70 la fase più “pop”, che porterà l’artista siciliano, qualche anno dopo, ad un clamoroso successo di vendite. I semi di quanto raccolto in seguito sono in questo disco, già sublime nel trasporto passionale di “Stranizza d’amuri” e nell’ironia caustica de “Il re del mondo”. Arriverà l’anno dopo il fantastico “Patriots”, prima dell’apoteosi de “La voce del padrone”.

29.05.2014 00:33

Chi trova la musica ambientale di Brian Eno troppo fredda, dovrebbe ascoltare questo disco di metà anni ’70, accreditato al musicista inglese e al canadese Daniel Lanois. Proprio il dialogo con la chitarra e le atmosfere create da Lanois, dal mood così legato al suono classico americano, riscalda la musica, interamente strumentale, di questo disco, che fatalmente potrebbe piacere molto anche a chi ha seguito con attenzione le produzioni che il canadese ha negli anni curato per altri artisti, celeberrimi (U2, Peter Gabriel, Bob Dylan) e meno famosi (Robbie Robertson, Neville Brothers), caratterizzate tutte (al di là delle differenze stilistiche dei musicisti titolari dei singoli lavori) da atmosfere notturne e suggestive. Se dischi di Eno come “Music for airports” e “Music for films” restano imprescindibili, è nei suoi progetti spesso a torto considerati minori che si annidano piccole perle, come in questo caso.

29.05.2014 00:32

L’inglese Graham Parker è decisamente un cantautore rock “di culto”, a giudicare dal seguito molto appassionato di suoi fans, mai peraltro concretizzatosi in una diffusione più che di nicchia. E’ un vero peccato, non solo a giudicare dalle opere con cui si è fatto conoscere alla fine degli anni ’70 (all’insegna di un pub rock venato di musica “black”), ma soprattutto alla luce dei suoi dischi incisi a cavallo della fine degli anni ’80. Il disco di cui scriviamo è forse il migliore di questa fase e, a dispetto di una critica più che buona, fu del tutto ignorato. Strano perché sfido chiunque a confutarne la piacevolezza per un pubblico anche diversificato, con pezzi ottimi ed eterogenei e una voce, al solito, molto calda e “soul”. Se vi capita dategli una chance!

29.05.2014 00:27

Dopo l’incredibile successo commerciale di Born in The U.S.A., tutti si attendono dal Boss un altro disco in grado di scalare le classifiche e far ballare gli stadi di tutto il mondo. Springsteen si rinchiude invece nel suo studio casalingo e ne esce con una manciata di canzoni prevalentemente  suonate da lui solo, di stampo conseguentemente intimistico, e tutte, proprio tutte, dedicate ad esplorare il rapporto uomo-donna. Springsteen imborghesito dal successo che canta l’amore? Proprio l’esatto contrario, i testi raggelanti fanno presagire l’imminente naufragare del matrimonio del cantante, che vorrebbe coerentemente portare il disco in tournée in piccoli spazi, più “intimi” delle grosse arene sportive e degli stadi. La celebrità raggiunta non glielo permetterà, ma Tunnel of love resta un disco bellissimo, invecchiato benissimo, che con Nebraska (1982), The ghost of Tom Joad (1995) e il progetto con la Seeger Sessions Band (2006/2007) evidenzia la statura del personaggio forse più di tanti capolavori più celebrati e citati. 

28.05.2014 19:21

A metà degli anni 2000 il gruppo piemontese ha ormai una credibilità assoluta, costruita in una decina di anni di concerti e dischi all’insegna di un rock spigoloso e piuttosto rumoroso. Con il live S-Low i Marlene “abbassano il volume” e la rilettura di alcuni pezzi importanti della loro discografia ne svela la qualità compositiva e le complesse trame chitarristiche. Un album magnifico, la cui onda si rifletterà sul successivo e altrettanto bello “Uno” (in studio, con materiale questa volta inedito).

28.05.2014 19:19

Solo la sua prematura scomparsa di qualche anno fa ha interrotto la carriera ben più che promettente di Elliott Smith, che trovò forse il suo punto più alto nel disco di cui qui scriviamo. Smith era un cantautore piuttosto atipico, dallo spirito punk (eredità dei suoi primi gruppi degli esordi) ma dalle sonorità più folk ed acustiche, nobilitate da melodie allo stesso tempo originali e immediatamente memorizzabili, spesso quasi “beatlesiane”. Commovente nel suo nudo esporsi a livello testuale, Elliott Smith resta uno dei cantautori americani più di culto, cui neanche una candidatura all’Oscar di un suo pezzo di qualche anno fa riuscì a dare una vera visibilità.

28.05.2014 19:17

Dopo un decennio passato ad acquisire, disco dopo disco, lo status di miglior gruppo rock underground statunitense, all’inizio degli anni ’90 i Sonic Youth godono della luce riflessa sull’intera scena dal successo planetario dei Nirvana. Ritorneranno presto nell’ombra, troppo spigolosa la loro musica per guadagnarsi l’heavy rotation permanente delle radio, ma continueranno a sfornare dischi ottimi, come quello che qui ricordiamo. Ballate deviate, pezzi più tirati con code psichedeliche e lunghi feedback chitarristici, insomma siamo dalle parti del classico suono Sonic Youth, che rende la musica di questo album bellissima, come del resto l’artwork (esaltato dall’ampio formato, se riuscite a procurarvi l’originale disco doppio in vinile).

28.05.2014 19:00

Virtuoso del sitar ed esponente più conosciuto nel mondo della musica classica tradizionale indiana, Ravi Shankar assunse questo ruolo preminentemente grazie alla sbornia per la musica indiana presa negli anni '60 e '70 del secolo scorso da alcuni fra gli esponenti più in vista della musica rock del periodo, Beatles su tutti. Lo celebriamo qui scrivendo di due dischi poco conosciuti ma bellissimi, testimonianza di come l'apertura musicale sia prerogativa essenziale di tutti i grandi musicisti. “East greets East”, come suggerisce il titolo, è la testimonianza dell'incontro musicale fra la tradizione classica indiana, rappresentata da Shankar e da un musicista alle tablas, e quella giapponese, con due strumentisti rispettivamente a koto e shakuhashi. Esempio di misura e lirismo, risulta insuperabile non solo quando i quattro musicisti dialogano, ma anche nei pezzi a gruppo ridotto, come nel bellissimo brano iniziale per koto solo. Il secondo disco, “Inside the Kremlin”, vede invece Shankar alla direzione di un vasto ensemble composto da musicisti indiani e russi, fra cui un coro tradizionale. A dispetto del numero dei musicisti (quasi 200!), la musica risulta incredibilmente misurata e baciata da melodie e atmosfere assolutamente accattivanti (su tutto una “Shanti Mantra” da brividi...). Il fatto che entrambi i dischi risultino fuori catalogo è un'ulteriore testimonianza (ma ce n'era bisogno?) della miopia dei discografici attuali. Vale la pena comunque cercare di procurarseli, sono una testimonianza di come Shankar dovrebbe essere ricordato non solo come un massimo esponente della musica indiana, ma come un grande Musicista della nostra epoca, punto.

28.05.2014 18:59

L’indimenticato Nusrat è stato probabilmente il più grande cantante di musica qawaali, la musica religiosa pakistana, il cui ascolto stupisce ed esalta ancora adesso per la straordinaria capacità di coniugare potenza ed espressività della voce in crescendo di intensità ai limiti della trance. Per tanto tempo idolo del pubblico asiatico, Nusrat ha saputo diffondere la propria musica anche al di fuori di questo bacino tradizionale, contaminandosi intelligentemente con musicisti e sapori propri di altre latitudini. Il disco che qui recensiamo, uscito per la prestigiosa etichetta di Peter Gabriel, è un esempio in tal senso, con la voce del cantante pakistano supportata da un apporto strumentistico molto vario, in cui le classiche percussioni indo-asiatiche dialogano con flauti cinesi, djembè africani, strumenti brasiliani, fino alla chitarra sperimentale dell’inglese Michael Brook (titolare con Nusrat di un altrettanto consigliabile disco uscito qualche anno dopo). Il remix finale del pezzo che dà il titolo al lavoro da parte dei Massive Attack diffonde il credo anche fra le (allora) giovani generazioni patite di elettronica e trip-hop.

28.05.2014 18:59

Sam Cooke è stato, assieme a Otis Redding, il cantante soul più grande di sempre, e questo si sa. Meno conosciuto è, al contrario, questo disco fantastico, forse perché non contiene alcuno dei suoi successi più celebrati. Il suono, senza gli arrangiamenti orchestrali che appesantiscono e illanguidiscono altre sue produzioni, più che mai esalta la calda voce del soul singer, in pezzi r’n’b di un livello medio altissimo, fra ballate e tracce più ritmate. Peccato che il disco periodicamente (e vergognosamente) esca dal catalogo della casa discografica e quindi a periodi alterni sia più o meno facile da reperire. Vale comunque la pena sforzarsi.

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Pillole Musicali di Stefano Minola stefabi@hotmail.it