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29.05.2014 01:02

Inseriti un po' forzosamente fra i gruppi del rock progressivo tricolore, genere del resto dai confini assai labili, l'ensemble partenopeo si distinse fin da questo ottimo disco d'esordio per una musica piuttosto legata al jazz rock più grooveggiante. Proprio questo aspetto, assieme al suono del piano elettrico di Mark Harris e del caldo sax di James Senese, contraddistinguono la musica del gruppo, fra i tasselli più rilevanti della storia di una musica, quella napoletana, legata a filo stretto con i ritmi afroamericani, a partire da Carosone per arrivare ai giorni nostri attraverso Toni Esposito, Pino Daniele, Almamegretta, A'67, Co'sang e tanti altri...

29.05.2014 01:01

Se qualcuno mi chiedesse di definirgli cosa sia lo swing, probabilmente più che alle mie capacità oratorie limitate ricorrerei all'ascolto di qualche pezzo musicale, e probabilmente sceglierei “Potato head blues”, registrazione di Louis Armstrong del 1927. In particolare, il suo secondo assolo, poco prima della fine del pezzo, comunica meglio di qualsiasi parola il senso di una musica che, senza accompagnamento, fa venire un'indescrivibile voglia di ballare... Le registrazioni di questi anni di Louis Armstrong, con i gruppi denominati Hot Five e Hot Seven, non sono solo le sue migliori, e neanche solo capolavori riconosciuti della musica jazz di ogni epoca, ma musica fra le migliori del secolo scorso, aldilà delle distinzioni di genere. Ascoltate in particolare gli Hot Five con Earl Hines al piano, in registrazioni piene di pathos quali “St.James Infirmary” o “Tight like this”, o in melodie immortali quali “Basin Street blues”. Armstrong è impeccabilmente comunicativo, nulla di più e nulla di meno del necessario, con il gruppo che lo segue improvvisando magistralmente sullo sfondo e definendo i canoni di quello che sarà conosciuto come jazz. Se volete qualcosa di Louis Armstrong cercate soprattutto queste registrazioni, datate fra il 1925 e il 1928. La qualità sonora non è ovviamente impeccabile, ma quella musicale è insuperabile. Ogni volta che ascolto “Potato head blues”, tra l'altro, mi viene in mente una delle ultime scene di Manhattan di Woody Allen, dove il regista mette l'assolo di Armstrong di questa canzone fra le cose per cui vale la pena vivere, assieme alle pere e mele di Cezanne, Marlon Brando, Grocuho Marx, Flaubert e, naturalmente, il viso di Tracy, la ragazza che ama...

29.05.2014 00:57

Questione spinosa quella relativa al fatto se la parentela o convivenza con un genio della musica possa far più bene o più male a chi si avventura sullo stesso percorso artistico. Ne scrivevamo già qualche tempo fa a proposito della carriera di Alice Coltrane, lo ripetiamo ora che affrontiamo l’arte di Betty Mabry, più conosciuta con il nome del marito, sì proprio “quel” Davis, Miles, con cui restò sposata un anno a fine degli anni ‘60 ma che pare influenzò massicciamente… Sì perché la musica di Betty è da ricordare come esempio della migliore musica funky/rock mai registrata e si sa quanto Miles si avvicinò proprio in quegli anni a queste atmosfere, attirandosi le critiche ottuse dei soliti puristi bacchettoni. Assolutamente selvaggia, sprizzante energia sessuale ed emancipazione, la musica e la voce roca di Betty Davis sono da conoscere e non c’è mezzo migliore di questa sintetica ma sufficientemente completa raccolta uscita qualche anno fa per la benemerita Vampisoul.

29.05.2014 00:55

A fine anni '80 Robbie Robertson ha una credibilità artistica fuori discussione, legata soprattutto all'aver guidato il gruppo, The Band, che ha contribuito a codificare, fin dagli anni '60, il classico suono rock americano (loro, come Neil Young, canadesi...). Per il suo esordio solista, si affida alla produzione di Daniel Lanois, che gli porta in studio, oltre a perizia e gusto musicali, alcuni artisti ai tempi sotto la sua “ala produttrice”, come Peter Gabriel e gli U2 al completo (manca solo Bob Dylan, che sarebbe stato il più appropriato se si tiene conto del passato di fruttuosa collaborazione fra lui e The Band). Ne viene fuori un disco fatto di canzoni affascinanti e suoni coinvolgenti, che in ogni discografia che si rispetti dovrebbe stare al fianco almeno di altri due dischi del chitarrista canadese, il successivo “Storyville” (dedicato ovviamente a New Orleans e alla sua musica) e “Music for the Native Americans” contaminato con temi, suoni e artisti della tradizione degli Indiani d'America ed esempio di reale world music.

29.05.2014 00:50

Con una carriera abbastanza consolidata già alle spalle, che le ha viste registrare 5 dischi in 10 anni circa, le CocoRosie, duo di sorelle americane, rimangono un gruppo estremamente interessante, in grado di trovare una via personale al “pop”, in cui melodie da “cameretta” vagamente simili a filastrocche o ballate intimiste si colorano di atmosfere del tutto diverse quando sono arrangiate immettendo in esse elementi eterogenei come rumorini vari (al confine con il glitch), versi di animali, ritmi elettronici e hip hop, nonché contaminandole con la collaborazione di artisti come Antony Hegarty, il rapper francese Spleen e Devendra Banhart (tutti presenti in questo disco). Pop d'avanguardia? Potrebbe definirsi così, se le definizioni avessero ancora un senso...

29.05.2014 00:45

Capita, nella carriera di artisti anche celeberrimi, di attraversare fasi, per forza di cose spesso limitate, baciate dall’ispirazione più pura e soprattutto dalla voglia di spingere in avanti la propria stessa cifra stilistica. Il Fossati di fine anni ’80 che da “La pianta del thé” porta fino a “Lindbergh” e poi ai due famosi dischi dal vivo dell’inizio degli anni ‘90, è indubbiamente in una di queste fasi, in cui si fonda la sua “classicità” e reputazione cantautorale più profonda. “Lindbergh” è fra le cose migliori di Fossati, per la qualità compositiva altissima (è il disco de “La canzone popolare”, “Mio fratello che guardi il mondo” e dell’ottima rilettura de “Il disertore” di Boris Vian, giusto per citare…), affiancata ad un’interpretazione mai così intensa, a partire dalla voce, profonda ed espressiva, fino agli impasti sonori elettro-acustici dell’ensemble di musicisti, lanciati nell’inserire nella tavolozza musicale colori fino ad allora spesso inediti nei dischi dei cantautori nostrani. E’ qui che Fossati costruisce la sua maturità artistica, quella che in qualche modo poi ha portato avanti con ottimo mestiere, ma anche senza ulteriori sussulti, fino agli anni più recenti.

29.05.2014 00:43

Dimenticatevi l’Alan Sorrenti di “Figli delle stelle”, super successo in piena era disco-music. Il cantante napoletano dei primi dischi è spesso piuttosto associato alla scena rock progressiva, per la predisposizione alle lunghe suites e alla sperimentazione vocale più audace, che peraltro si traduce, soprattutto in questo che è il suo esordio discografico, nei suoi risultati artistici più validi ed avventurosi. Peccato abbia abbandonato presto questa voglia di rischiare, a favore di una musica sempre di buon livello ma decisamente più prevedibile e conformista.

29.05.2014 00:41

Non so se avete mai visto il finale di “Rapimento e riscatto” (Proof of life), in cui i due protagonisti Meg Ryan e Russell Crowe si lasciano in stile Casablanca appena prima dei titoli di coda… Ebbene questa scena è nobilitata da un pezzo fantasmagorico di Van Morrison, che parte acustico in sordina e poi si apre in crescendo mano a mano che si allarga l’inquadratura in un lungo campo sequenza ad abbracciare una natura verde molto Centro America… Il pezzo si chiama… no, non ve lo dico, mica si può avere sempre la pappa pronta! Vi dico solo che nobilita anche un album di cui si parla e si scrive poco, ma che contiene altre gemme nascoste. La canzone in questione basta da sola, comunque, per renderne imprescindibile l’ascolto…

29.05.2014 00:40

L'ascolto casuale di “Zobi la mouche” piccolo successo dei Negresses Vertes dell'inizio degli anni '90, mi ha fatto ritornare con la mente a quella scena formata da gruppi francesi che, alla fine degli anni '80, riuscirono a far rivivere un certo spirito punk rock contaminato intelligentemente con chanson francese, rap e rai nordafricano. Di questi gruppi quello di gran lunga caratterizzato da visibilità maggiore furono i Mano Negra, che sono anche quelli maggiormente citati se non altro per via del loro leader, quel Manu Chao che raccolse grandi consensi con la sua carriera solista successiva. Puta's Fever, loro primo disco, fu in effetti un ottimo disco, manifesto della contaminazione stilistica di cui sopra e caratterizzato da brani cantati in inglese, spagnolo, arabo e  francese e con la storica “Mala vida” a condurre le danze. Si ricorda molto “King of Bongo” di qualche anno dopo (con la versione originale del successo poi ripreso dallo stesso Manu Chao), ma il disco migliore dei Mano Negra rimane probabilmente il primo.

29.05.2014 00:38

Preparando una serata sulla musica degli anni '70 mi è recentemente capitato di riascoltarmi con maggiore attenzione questo fantastico album di un artista che è tutt'oggi ancora un assoluto riferimento, sia come innovatore del suo strumento (la batteria), sia in generale come musicista e compositore jazz. Sentendo l'incredibile groove di Stratus, mi sono ricordato della prima volta che l'ho sentito, quando rimasi letteralmente folgorato rendendomi conto che si trattava del groove campionato dai Massive Attack per il primo pezzo (“Safe from harm”), del loro bellissimo primo disco (“Blue lines”, 1991). Incredibile come il fascino del pezzo dei Massive fosse già tutto in quanto inventato da Cobham, vent'anni prima... Ciò mi fa pensare che il peso di un musicista, o di un disco, nella storia della musica si può comprendere anche dal giudizio che su di esso danno le generazioni di musicisti che vengono dopo. Ciò che ci dice Bob Dylan su un bluesman, Bruce Springsteen su un cantante rock'n'roll, oppure ancora la musica che un gruppo come i Massive Attack scelgono di campionare ci dicono di più, sul valore di questi artisti, rispetto ai dischi venduti o a mille pagine scritte da un critico pur bravissimo. Ecco perché se amate la musica, qualsiasi musica, Billy Cobham  dovete conoscerlo!

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Pillole Musicali di Stefano Minola stefabi@hotmail.it