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31.05.2014 23:09

Siamo d'accordo, colui o colei che volesse possedere solo uno fra i dischi di Patti Smith non opterebbe probabilmente per questo, preferendogli i dischi ormai storici di inizio carriera. Ma queste righe hanno ragion d'essere proprio nel segnalare gemme nascoste nella discografia anche di grandi artisti e mai sono andate dritte al bersaglio come in questo caso. Stiamo scrivendo di un disco raramente citato, a torto, perché la poetessa americana è qui magnificamente a proprio agio nello stendere le sue rime su tappeti sonori sporchi e grezzi (lontana l'atmosfera "patinata" di "People have the power", per intenderci), piuttosto che nello scandire talking blues o veri e propri mantra vocali con un'espressività riscontrabile in ambito rock forse solo in Bob Dylan o Lou Reed. Da citare la magnifca e tirata "1959", nonché la presenza di Michael Stipe dei REM, che ricambia in chiusura l'ospitata che Patti fece al gruppo di Athens nella magnifica "E bow the letter" (in "New adventures in hi-fi" di poco tempo prima).

31.05.2014 23:01

Gli American Recordings di Johnny Cash sono non solo fra i dischi migliori incisi da uno dei più grandi artisti che la musica amerciana abbia espresso, ma anche il commovente (ri)mettersi in gioco da parte di un artista che avrebbe più comodamente potuto vivere sugli allori di un riconoscimento consolidato. Che invece si affida ad un geniale produttore come Rick Rubin (crossover fra punk rock e hip hop fra i suoi generi di riferimento...) e rilegge magistralmente pagine note e meno note di artisti differenziati, mettendole a nudo e facendole proprie con interpretazioni intense e minimali, in cui la sua voce scura e profonda domina un mood prevalentemente acustico fatto di pochi arpeggi di chitarra e piano. Avremmo potuto segnalare ciascuno dei sei volumi della serie, abbiamo scelto il quarto giusto perché contiene la magistrale esecuzione di "Hurt" dei Nine Inch Nails (!), che da sola vale l'acquisto.

31.05.2014 22:48

Dimenticatevi l'Alan Sorrenti di "Figli delle stelle", super successo in piena era discomusic. Il cantante napoletano dei primi dischi è piuttosto associabile alla scena del rock progressivo tricolore, peraltro con una forzatura critica legata alla predisposizione alle lunghe suites e alla sperimentazione vocale più audace. Caratteristiche, queste, che si traducono, soprattutto in questo che è il suo esordio discografico, nei suoi risultati artistici più validi ed avventurosi. Peccato abbia abbandonato presto questa voglia di rischiare, in favore di una musica sempre di buon livello ma decisamente più prevedibile e, forse, conformista, baciata peraltro da un riscontro di vendite notevole.

31.05.2014 22:10

Recensendo tempo fa un vecchio disco di Brian Eno con Daniel Lanois, magnificavamo le doti produttive di quest'ultimo, che arricchiscono album celeberrimi quali, fra gli altri, "Unforgettable fire" degli U2 e "Oh mercy!" di Bob Dylan, e altri meno famosi. Rientra certamente fra questi ultimi il disco di cui si scrive oggi, che forse è tra quelli che più guadagnano dalle atmosfere create dal canadese in sede di produzione. Il coacervo di suoni della musica di New Orleans, di cui il gruppo dei fratelli Neville è indubbio esponente di primo piano, non può infatti che essere esaltato dalle atmosfere notturne ma calde che di Lanois sono un po' il marchio di fabbrica. Reggae, r'n'b', soul, gospel, folk, jazz si mischiano con naturalezza, raggiungendo forse il climax nelle cover dilatate di due pezzi già di per sè magnifici, il primo di Sam Cooke ("A change is gonna come"), il secondo di Bob Dylan ("With God on our side").

31.05.2014 22:04

Ho poche righe per esprimere la ricchezza di un personaggio come Ani diFranco, ma le voglio utilizzare per farvi venire voglia di recuperare almeno questo suo bellissimo disco. La cantautrice americana porta in studio la sua band forse migliore di sempre, arricchita dei fiati, e sforna un disco doppio in cui accellera sui ritmi funky senza peraltro snaturare il suo stile, legato al folk ma elaborato con soluzioni del tutto personali, soprattutto nello stile chitarristico e nell'urgenza quasi punk. I testi, come al solito, rimbalzano fra il personale e il politico e sono la ciliegina sulla torta di un lavoro che è un viatico perfetto per conoscere l'opera di un'artista che da sempre si produce e distribuisce i suoi dischi in totale autonomia. Massimo rispetto!

31.05.2014 21:56

Se il nome di Nada è legato, a livello di conoscenza di massa, ai primi successi degli anni '60 e a quelli degli anni '80, basta addentrarsi con maggiore profondità nella sua discografia per scorpire vere e proprie gemme. Un esempio è lo splendido album di cui scriviamo, inciso alla fine degli anni '90 in veste totalmente acustica con due membri degli Avion Travel, Fausto Mesolella (alla chitarra) e Ferruccio Spinetti (al contrabbasso). La voce di Nada è roca e profonda, con inflessioni e colori cui la maturità artistica ha dato maggior fascino, gli arrangiamenti e la perizia dei musicisti sono ottimi, il repertorio scelto con cura. E' un disco decisamente da conoscere e riscoprire, che ai tempi aprì a Nada le porte di una rinnovata maturità artistica che dura con crescente riscontro di critica ancora oggi.

31.05.2014 21:49

Qualche tempo fa, nel recensire il debutto solista di Damon Albarn, magnificavo la capacità del leader dei Blur di aver saputo dar vita, nel corso della sua ormai consolidata carriera, a progetti musicali eterogenei ma (quasi) sempre baciati da ispirazione autentica e curiosità inaudita. Non sbagliamo di tanto se identifichiamo l’inizio di quest’attitudine proprio in questo disco, che potrebbe essere considerato una sorta di esordio solista di Albarn. Rimasto “orfano” del chitarrista Coxon, si occupa in prima persona di confezionare un disco le cui, al solito ottime, canzoni sono rivestite di arrangiamenti che non rinunciano a nulla, tra ritmi hip hop, svisate elettroniche, archi magnificenti, in un mood elettroacustico molto “lo-fi” e decisamente accattivante. Il minimale e bellissimo singolo “Out of time” e l’artwork curato dal grandissimo Bansky impreziosiscono un lavoro che, comunque, all’uscita divise i fans del gruppo inglese: destino, questo, dei grandi dischi!

29.05.2014 01:15

Disco assolutamente sottovalutato nella gigantesca discografia di Dylan, "John Wesley Harding" ha un equilibrio formale e una sobrietà che esaltano al massimo canzoni ottime come il pezzo che dà il titolo al disco, "Dear Landlord", o come "I dreamed I saw St.Augustine" (ma dovremmo davvero citarle tutte…). E poi contiene la versione originale e primigenia di "All along the watchtower": non fidatevi di chi vi dice che la versione che ne farà Jimi Hendrix è più bella e che lo stesso Dylan da allora la eseguirà sempre come il chitarrista inglese (cosa peraltro vera). La versione migliore è qui.

29.05.2014 01:10

E’ stranamente il disco più bistrattato della discografia di Battisti, forse perchè situato proprio in mezzo fra la fine della celeberrima collaborazione con Mogol e l’inizio di quella controversa con Panella. Battisti scrive, con l’aiuto della moglie, tutti i testi dell’album, che risultano infatti, per chi conosce bene la vita dell’artista, i più vicini alle sue reali passioni. Quello che davvero stupisce è però il suono, metallico, elettronico, con ritmiche proto  hip hop, anticipazione di quello che verrà poi. Un disco incredibilmente “avanti”, il cui suono tra l’altro è invecchiato benissimo e, anche per questo, assolutamente consigliato.

29.05.2014 01:05

Negli innumerevoli articoli letti su Lou Reed dopo la sua morte, non ho mai visto citato questo disco. In realtà potrebbe anche essere un suo disco “minore”, se non fosse per il pezzo che dà il titolo al lavoro: una suite in tre “movimenti”, che inizia con un memorabile e sostenuto “riff” di archi, poi ripetuto alla chitarra e al basso, su cui si innalza il caratteristico talkin' di Lou a inanellare rime di pura poesia di perdizione urbana. A sorpresa, nel finale, l'inconfondibile voce di un giovane Bruce Springsteen, che compare dallo studio vicino (dove stava incidendo il suo “Darkness on the edge of town”) a declamare - peraltro non accreditato nelle note di copertina - un paio di versi. Come tutti i più grandi (Johnny Cash, Bob Dylan, pochi altri...) Lou era un “battitore libero” non facilmente incasellabile in categorie preconfezionate di alcun genere, per questo quasi tutto ciò si è letto o sentito su di lui nei giorni della scomparsa è suonato retorico e superficiale.

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Pillole Musicali di Stefano Minola stefabi@hotmail.it